Ansia, connessioni e volontariato: la sfida educativa del presente 

Negli ultimi anni, abbiamo assistito a un cambiamento profondo nel mondo dei giovani.  
Lo percepiamo ogni giorno negli sguardi di chi incontriamo: ragazzi intelligenti, sensibili, pieni di potenzialità, ma spesso stanchi, disorientati, sospesi. Crescono in una società frenetica, rumorosa, sempre connessa e, paradossalmente, terribilmente sola.  Una società dove ogni gesto sembra sottoposto al giudizio e alla performance, mentre l’ascolto autentico è diventato un bene raro. Quando si parla di ansia, depressione o dipendenze digitali, non si tratta solo di etichette cliniche: parliamo di storie, di persone vere, di mondi interiori ricchi che cercano spazio per respirare. 

Oggi, molti adolescenti passano ore davanti a uno schermo non per noia, ma perché lì cercano rassicurazione, appartenenza, una presenza che nella realtà spesso manca. Ma la connessione digitale non scalda, non abbraccia, non protegge davvero. E così, si ritrovano con tanti “amici” ma poche confidenze, tante chat ma quasi nessuna conversazione profonda, molti sorrisi virtuali ma poca serenità autentica. 

Quando lo schermo si spegne e mancano relazioni solide e spazi accoglienti, resta il silenzio, e i pensieri iniziano a fare rumore. L’ansia non si mostra sempre con lacrime o tristezza: a volte si nasconde dietro un’ironia costante, un “va tutto bene” ripetuto, un eccesso di impegno o un’apparente apatia. La depressione, invece, si palesa come una stanchezza che penetra nelle ossa, una perdita lenta e profonda di interesse, il desiderio di restare chiusi in camera perché uscire sembra troppo difficile. 

In tutto questo, non servono adulti perfetti, ma adulti presenti. Non dei radar pronti a controllare e giudicare, ma fari che sappiano illuminare senza invadere. I ragazzi non hanno bisogno che facciamo tutto per loro: hanno bisogno di essere accompagnati mentre imparano a farlo da soli. Hanno bisogno di essere ascoltati con pazienza, che si rispettino i loro tempi e che si ricordi loro che sbagliare non intacca il loro valore. 

E qui entra in gioco qualcosa di prezioso: il volontariato. Negli anni, abbiamo visto ragazzi cambiare grazie a esperienze di aiuto reciproco e impegno sociale. Non perché “dovevano”, ma perché nel donarsi hanno trovato identità, significato, relazioni autentiche. Quando un giovane prepara un’attività per bambini, ascolta un anziano che vuole raccontarsi, partecipa a un progetto comunitario o collabora con una radio di quartiere, accade qualcosa: smette di confrontarsi solo con sé stesso e comincia a scoprirsi attraverso gli altri, generando quella forza che ti fa dire: “qui valgo, qui posso”. La tristezza trova un rifugio sicuro, l’ansia si allenta perché ci si sente parte di qualcosa. La dipendenza dallo schermo perde potere, perché non c’è più un vuoto da colmare: quel vuoto inizia a riempirsi di vita. 

La verità è che nessuno si salva da solo, né i giovani né gli adulti. Se vogliamo davvero prenderci cura del loro benessere mentale, dobbiamo farlo insieme, come comunità. Famiglie, scuole, servizi, educatori, associazioni, volontari: ognuno con una responsabilità, ognuno con un pezzo di cuore. 

La cura non è solo terapia: è relazione, appartenenza, partecipazione. È la possibilità di dire “qui posso essere me stesso”, “qui non devo fingere”, “qui conta chi sono, non cosa mostro”. 

In fondo, i giovani ci chiedono proprio questo: che crediamo in loro, che non abbiamo fretta, che continuiamo a bussare anche quando si chiudono, che restiamo anche quando sembrano respingerci. Perché dietro ogni giovane fragile di oggi, c’è un adulto forte di domani. 

E spesso, tutto inizia dalla semplicità. Un “come stai?” sincero, un “vuoi darci una mano?”, un “non sei solo”. 

Noi continuiamo a crederci, ogni giorno. E vi assicuriamo, vale davvero la pena. 

gl ©2025

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