In ogni conflitto le parole rischiano di diventare armi tanto quanto le bombe. Lo vediamo oggi in Israele e a Gaza: dati, sigle geopolitiche, dichiarazioni di strategia che si rincorrono, fino a oscurare ciò che resta più fragile ed evidente: l’essere umano.
Qualcuno ha osato pure “giustificare” la morte di bambini, chiedendo di “definirne il profilo”. Un bambino, prima di appartenere a un popolo, a una religione o a una bandiera, è un bambino. Non serve definirlo: è il volto dell’innocenza, il respiro che cresce, lo sguardo che scopre il mondo. Quando un bambino muore in guerra, ovunque accada, non si spegne soltanto una vita: si interrompe una promessa, un futuro che non vedremo mai realizzato.
Ridurre queste morti a “effetti collaterali” o a “necessità strategiche” significa tradire l’essenza stessa dell’umanità. Davanti a corpi piccoli senza respiro, il problema non è la definizione. È la coscienza.
Oggi, le piazze italiane si animano per un richiamo alla coscienza collettiva, si riempiono di voci, cartelli, cortei. Presidi, scioperi, manifestazioni: segni di una società civile che sceglie di non restare indifferente di fronte alla sofferenza. Tutto giusto e perfetto, ma alle volte queste mobilitazioni vengono etichettate con schieramenti “pro” o “contro”, dimenticando che il valore più profondo dovrebbe identificarsi nella capacità di gridare per l’uomo in quanto tale: per i bambini, per le famiglie, per chi ha perso la casa e il futuro.
Solo quando la solidarietà non si lascia ingabbiare nelle logiche di appartenenza ideologica, ma mette al centro la dignità della vita, solo allora la protesta diventa etica prima ancora che politica. Ed è in questo respiro più ampio che le piazze diventano memoria collettiva, coscienza viva e responsabilità condivisa. Non si tratta di decidere chi abbia ragione in termini geopolitici, ma di ribadire che senza il rispetto dei civili, nessuna ragione potrà mai dirsi giusta.
Le manifestazioni e il dibattito pubblico ci pongono una domanda diretta: che tipo di comunità vogliamo essere se accettiamo che bambini muoiano “in secondo piano”, lontano dalle nostre cronache? La responsabilità non è solo dei governi. È anche nostra: cittadini, insegnanti, giornalisti, lavoratori. Ognuno può fare la sua parte perché quelle vite non scivolino nel silenzio. Ognuno può vigilare perché le parole non diventino complicità.
Le piazze italiane dovrebbero dimostrare che dolore, compassione e senso di giustizia possono unirci oltre le divisioni politiche. E che solidarietà non significa immobilismo, ma azione concreta: manifestare, informare, pretendere protezione dei civili e rispetto dei diritti umani.
Per queste manifestazioni, la vera domanda non è “da che parte stare” ma “quale umanità difendere”.
Alla fine, la guerra resta sempre e solo un fallimento. Se accettiamo che alcune vite valgano meno di altre, sul piano umano e morale perdiamo tutti.
E mentre i missili cadono e la politica accumula ragioni, rimane un imperativo che non conosce confini né eccezioni: preservare la dignità umana. Sempre. Ovunque.
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