Povertà educativa e covid -19: la comunità accetta la sfida.

In questi mesi è stato inevitabile interrogarsi su cosa sia e che ruolo abbia una comunità educante. Per chi opera nell’ambito della formazione non formale, questo concetto non solo si estende alla comunità tutta, ma per di più mette al centro proprio l’individuo, bambino/ragazzo, come soggetto di diritto, a maggior ragione in quelle situazioni di marginalità sociale che preludono ad un futuro di disparità e diseguaglianza.

Già dal nome, il progetto InterAction ha voluto prefigurare una fitta collaborazione e interazione tra soggetti pubblici e privati che in qualche modo possono contribuire al miglioramento delle condizioni di benessere sociale e culturale delle giovani generazioni, soprattutto di periferia. Oltre alla collaborazione con le scuole già in fase di co-progettazione, sono stati coinvolti in corso d’opera numerosi professionisti, esperti e operatori sociali che con un costante lavoro di educazione non formale hanno condiviso il loro bagaglio culturale, proprio con i ragazzi, ma anche con le famiglie e con i docenti, al fine di contrastare insieme la povertà educativa.

Il concetto di “povertà educativa” negli ultimi mesi ha dovuto fare i conti con la crisi economica che ha colpito moltissime famiglie. L’isolamento sociale, la sospensione delle attività commerciali e il crollo dell’economia ha determinato l’indebolimento socio-economico di un’ampia fetta della popolazione. Molti bambini e ragazzi hanno dovuto interrompere le attività sportive, le relazioni sociali, ma prima ancora la possibilità di fruire della scuola come luogo non solo di apprendimento, ma anche di crescita personale, dove non si veicolano soltanto fredde nozioni, ma si costruiscono legami, si impara a sperimentare, condividere, negoziare, proporre, gestire la frustrazione, celebrare i successi e costruire cittadinanza.

Uno dei principali effetti indiretti di questa situazione è senza dubbio l’incremento delle competenze sul piano tecnologico, in quanto la stessa Didattica a Distanza (sperimentata in primis da un corpo docente non sempre attrezzato per questa nuova modalità di fare lezione), ha messo ragazzi e famiglie nella condizione di “dover” imparare ad usare tablet, pc e smartphone non solo per uso ludico, ma come strumento per non restare indietro. Purtroppo, si è verificato ciò che in qualche modo era prevedibile, ovvero l’esasperazione delle disuguaglianze sociali, poiché i nuclei familiari più fragili non hanno potuto restare al passo per via della carenza delle infrastrutture tecnologiche (mancanza di connessioni veloci, un unico apparecchio per più figli, una scarsa motivazione allo studio e all’emancipazione sociale e culturale). Tutto ciò ha contribuito a mettere in evidenza, soprattutto nelle periferie, larghe sacche di bambini, ragazzi e famiglie in condizioni di povertà educativa, molto spesso strettamente correlata a sopraggiunta precarietà delle condizioni economiche, ma sempre più spesso strettamente legata a povertà sociale e culturale preesistente alla pandemia. Preme anche sottolineare quanto siano stati penalizzati da questa pandemia bambini e ragazzi con disabilità, per i quali le occasioni di socializzazione rappresentano prevalentemente opportunità di crescita delle proprie abilità sul piano delle autonomie personali.

Attraverso le attività del progetto InterAction ci si è adoperati per trasferire sul piano digitale tutto ciò che era possibile, cercando di mantenere i contatti soprattutto con bambini e ragazzi in particolari condizioni di fragilità, fra questi chiaramente anche i disabili e gli immigrati. Tutti i partner hanno rimodulato gli interventi, con la lucidità di non potere stravolgere una situazione di per sé disastrosa dovuta alla pandemia, ma almeno fronteggiarla assumendo la responsabilità di una comunità educante che si prende cura innanzitutto dei più fragili, privilegiando i rapporti 1:1 piuttosto che i grandi numeri.

In sintesi, possiamo concludere che, sebbene le difficoltà legate alla pandemia abbiano fortemente penalizzato lo spirito di socializzazione, la comunità educante in seno al progetto si è presa cura dei bambini, dei ragazzi e delle famiglie, anche a distanza. E, per dirlo con i numeri, nel secondo anno di attività sono state realizzate ben 34 diversi laboratori per un totale di oltre 13.000 ore di attività sul territorio, raggiungendo una popolazione di 646 persone di cui 478 ragazzi e ragazze, prevalentemente della scuola secondaria di primo grado.

Le radici di questa comunità educante continuano a propagarsi verso il raggiungimento dell’obiettivo comune di sensibilizzare la comunità tutta ai temi dell’educazione, contribuire alla formazione di cittadini consapevoli e innescare processi di cambiamento a lungo termine, nella speranza di poter emergere al più presto con nuova linfa verso un futuro migliore, a misura di bambino, bambina, ragazzo e ragazza.

Una comunità che si prenda cura di tutti. Nessuno escluso!

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